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    mercoledì 28 giugno 2017

    Paolo Zagami, Zagami Law, International Law Firm

    Paolo Zagami è un esperto avvocato d’affari che si muove con competenza e professionalità nel mondo del diritto internazionale privato ed anche negli ambiti imprenditoriali ed accademici. Di lui si parla anche come del potenziale nuovo “Renzi calabrese” in virtù della sua provenienza e della sue idee di rilancio del Sud Italia. La sua attività principale è a Roma ed è “business international oriented” a 360 gradi ma in particolare sono molti stretti i suoi rapporti con gli Stati Uniti

    Avvocato Zagami lei è tra le persone più adatte ad offrire una visione degli attuali rapporti italo-americani. Al riguardo, in questo momento le relazioni diplomatiche e commerciali tra Italia e Stati Uniti stanno vivendo un periodo di grande dinamismo. Secondo lei quanto ha pesato in questo il ruolo dell’Expo di Milano?

    L’Expo si è rivelato un successo enorme ed ha certamente contribuito a dare una immagine positiva del nostro Paese e quindi a rilanciare il brand “Italia”. In particolare il Padiglione USA (alla cui realizzazione e gestione ha contribuito fattivamente anche la American Chamber of Commerce in Italy) ha accolto più di 5 milioni di visitatori e con il tema “American Food 2.0: Uniti per nutrire il pianeta” ha organizzato ed ospitato sulla sua terrazza più di 70 dibattiti e conferenze aperte al pubblico.

    Insomma, è innegabile che questi numeri abbiano aiutato la ripresa dei rapporti commerciali tra Italia ed Usa che ultimamente erano ai minimi storici dopo che appena sino a dieci-quindici anni fa il nostro Paese era tra i top 5 come hub economico per gli Stati Uniti. Peraltro, i rapporti politici sono invece sempre stati ottimi ed al riguardo, come già è stato detto da personalità di rilievo, l’auspicio è che gli Stati Uniti – grazie a queste eccellenti relazioni diplomatiche e come già fecero con il Piano Marshall quando ci salvarono - tornino a investire in Italia e quindi a riportare lavoro e fabbriche con le loro multinazionali che negli ultimi anni ci hanno un poco abbandonato.

    Nella sua qualità di responsabile regionale per la Calabria dell’American Chamber of Commerce in Italy si pone come punto di riferimento e di collegamento per i rapporti commerciali tra la sua regione e gli Stati Uniti. Cosa consiglierebbe ad un imprenditore interessato ad avviare una campagna di espansione commerciale negli USA?

    Sebbene solo da qualche mese abbia il grande onore di rappresentare gli Stati Uniti in Calabria, tutti i giorni cerco di coordinarmi con l’Ambasciata Usa di Roma e con il Consolato di Napoli al fine di dare visibilità alla mia regione ed instaurare e sviluppare rapporti commerciali con l’obiettivo di stimolare la crescita economica del territorio. In questa ottica agli imprenditori calabresi consiglierei in primis di sfruttare gli importanti rapporti bilaterali che si stanno creando e soprattutto di considerare che negli Stati Uniti vi è una enorme comunità di calabresi di seconda e terza generazione che mostrano sempre grande interesse per tutte le iniziative provenienti dai territori dove vivevano i loro ascendenti.

    Peraltro, a livello pratico e da avvocato internazionalista, li inviterei anche a fare molta attenzione alla diversa normativa perché - a parte i casi limiti del Delaware, del Nevada e del Wyoming dove è abbastanza facile godere di varie agevolazioni - a livello nazionale si dovranno considerare le differenti normative societarie e doganali e fiscali. Più in generale, sarebbe ottimo avviare una attività commerciale negli Stati americani che in base a vari parametri certificati (come costo dell’attività, forza lavoro, qualità della vita, infrastrutture e forza lavoro) sono quelli più competitivi per il business e quindi il South Dakota ed il Texas.

    Qual’è il suo pensiero in merito all’area di libero scambio (TTIP).

    Il Transatlantic Trade and Investment Partnership darebbe un impulso straordinario e decisivo per lo sviluppo del libero scambio tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti. Basti pensare che si tratterebbe della più grande area di libero scambio esistente poiché UE e USA rappresentano circa la metà del PIL mondiale e un terzo del commercio globale.

    Del resto è stato rilevato che la finalizzazione dell’accordo si tradurrebbe in un aumento potenziale del Pil italiano dello 0,5%. Mi viene quindi da dire “let’s cross the fingers” perché è una opportunità che non va assolutamente sprecata e quindi ritengo sia assolutamente necessario superare le ostilità e le diffidenze di una serie di Paesi che fanno muro perché credono che con la approvazione del TTIP verrebbe rimesso in discussione ancora una volta il primato della politica, e quindi della democrazia, nei confronti dei poteri forti dell´economia.

    E comunque a parte qualunque ulteriore obiezione geopolitica, non può negarsi come nell’attuale momento storico gli Stati Uniti siano, che piaccia o no, la più importante potenza del mondo intero paragonabile a quello che era l’Impero Romano tanti secoli addietro. Insomma sono decisamente favorevole e confido che vi sia una svolta prima delle elezioni americane del Novembre 2016.

    Ci parli della sua ultima opera editoriale ...

    “L’Impresa Internazionale nei cosiddetti Paradisi Fiscali” è la naturale prosecuzione del mio primo manuale “L’Impresa Internazionale tra Paesi di Common Law e MIST” e riguarda ovviamente gli investimenti imprenditoriali ma anche le emigrazioni del risparmio privato. In particolare vuole essere uno strumento per gli imprenditori e gli operatori che intendono delocalizzare legalmente le proprie attività in territori esteri spesso inseriti nelle c.d. “black list” per usufruire di nuove opportunità, nel pieno rispetto della normativa italiana ed internazionale e senza correre i rischi intrinsecamente legati a quei luoghi definiti come paradisi fiscali.

    Più in dettaglio, una delle ragioni che mi ha spinto a scrivere questo secondo libro è stata la grande voglia di analizzare a fondo ciò di cui molti media trattano spesso superficialmente e quindi il desiderio di approfondire il fenomeno e di studiarlo senza fermarsi al luogo comune per cui i c.d. “paradisi fiscali” sono solo e soltanto i forzieri segreti dei malfattori. Questo è stato fatto raccogliendo, coordinando e sintetizzando le principali fonti sul tema ed anche sulla base dei miei molti viaggi di lavoro che mi hanno portato a visitare molti dei Paesi citati nel libro.

    In Italia in questo momento c’è una discreta produzione di nuove imprese tecnologiche. Quali opportunità offrono gli Stati Uniti ad una startup italiana che intendesse rivolgersi a quel mercato per il reperimento dei Capitali necessari e qual è secondo lei il modo migliore di proporsi ad un Venture Capital americano?

    Ho partecipato negli ultimi due-tre anni in qualità di osservatore a diverse missioni negli Stati Uniti (tra cui una a Wall Street) finalizzate a mettere in contatto start-up italiane con potenziali finanziatori statunitensi ma purtroppo pochissime hanno avuto successo, nel senso che in un limitatissimo numero di casi i giovani italiani hanno trovato persone disposte a mettere capitali di rischio nei loro progetti. Questo perché dal mio punto di vista non è corretto presentare un nuovo prodotto e/o una nuova tecnologia ad una larga e variegata platea ma è invece necessario avere le idee chiare fin dall’inizio e quindi proporsi a pochi ma precisi e pertinenti potenziali buyers che si muovono nel relativo mercato. Ed a livello pratico suggerirei di proporsi in quelli che sono i settori maggiormente competitivi dell’export italiano verso gli Stati uniti e quindi ad esempio quello del “food and beverage” o anche e soprattutto nell’ambito dei servizi di “sharing economy” nel quale una nuova idea in questo periodo troverebbe certamente terreno fertile.
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