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    mercoledì 11 ottobre 2017

    No alla restaurazione delle tariffe minime anche dopo la sentenza del Consiglio di Stato

    “No alla restaurazione delle tariffe minime anche dopo la sentenza del Consiglio di Stato: CONFASSOCIAZIONI ritiene che il lavoro professionale vada sempre pagato ma investire in un progetto o in formazione deve rimanere una libera scelta dei professionisti sia con i privati che con la PA”. Lo hanno dichiarato in una nota, Angelo DEIANA, Presidente di CONFASSOCIAZIONI e Marco RECCHI, Consigliere del Presidente per Le Relazioni Sindacali.

    Con la sentenza 4614/del 2017 depositata il 3 ottobre, il Consiglio di Stato chiarisce come la PA possa comprare a titolo gratuito le prestazioni professionali con regolare gara di appalto. Un contratto non oneroso in altre parole, non lede i principi di correttezza e garanzie sulla qualità della prestazione oggetto di gara. Una rivoluzione pericolosa per i professionisti? I giudici in sostanza, hanno stabilito che gli interessi pubblici “immanenti” al contratto con la PA e alle esigenze che lo muovono, inducono a ritenere che l’espressione “contratti a titolo oneroso” possa assumere per il contratto pubblico un significato attenuato o in parte diverso rispetto all’accezione tradizionale e propria del mondo delle relazioni contrattuali tra privati.

    Per Angelo DEIANA, Presidente CONFASSOCIAZIONI, la questione va inquadrata correttamente per evitare speculazioni inutili e dannose per i professionisti. “Il lavoro va pagato, sia che lo compri il pubblico sia il privato, ed è un principio irrinunciabile per la nostra Confederazione, ma il professionista non è un dipendente e, pertanto, deve esser libero di poter scegliere sempre quando realizzarlo, anche gratuitamente, come investimento professionale nell’ambito della ricerca ad esempio, ovvero svolgerlo a titolo oneroso”.

    “Questo ragionamento – aggiunge DEIANA – vale sopra tutto, per le attività prodromiche a quelle professionali come la progettazione, o per quelle di ricerca dove il professionista svolgendole, si forma e aumenta le proprie competenze. Aumentando il valore della propria offerta sul mercato.”
    Per CONFASSOCIAZIONI pertanto il principio chiarito dalla Sentenza non è sbagliato ma deve esser ribadito come la PA debba pagare il lavoro dei professionisti, non le attività di formazione (diretta o indiretta) di ricerca o di progettazione.

    “In questi casi (preventivazione, progettazione e ricerca) – aggiunge Marco RECCHI, Consigliere Delegato di CONFASSOCIAZIONI con delega alle Relazioni Sindacali – va considerato che il professionista sceglie già, specie nell’ambito privato, come dedicarsi a queste attività, ovvero se farlo a titolo oneroso o dietro compenso. Non si capisce perché non possa farlo per la PA, viste le finalità che quest’ultima persegue per il bene collettivo. Ciò non toglie nulla al principio che il lavoro professionale vada pagato, che da sempre è la bandiera di CONFASSOCIAZIONI”
    “Il rischio politico – conclude Deiana – è che questa sentenza apra le porte alla battaglia di retroguardia e restaurazione per una riforma che reintroduca le tariffe minime. Per questo occorre chiarire che di certo la soluzione ottimale non è minimizzare i compensi professionali, standardizzandoli su quelli dei dipendenti come vorrebbe qualcuno specie quando le attività professionali le compra la PA.

    Il rischio infatti, reintroducendo le tariffe minime sotto la forma “velata” di equo compenso, è che la PA compri da domani al prezzo più basso e questo con un riflesso conseguente, sul settore privato che difficilmente sarà evitabile. Occorre alzare l’asticella, far valere le attività di ricerca e le competenze e portare il mondo professionale alla tutela del giusto compenso, capace di riconoscere al professionista il suo livello di professionalità non nel minimo ma in un processo giusto e non iniquo di valutazione tra le parti”.
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